Da Costa a Costa

(il lato oscuro dell'umorista)

 

COINCIDENZA di Enzo Costa

 Musica di Roberto Costa

 

 

 

Il delfino soffriva.

 

Se n'era accorto all'improvviso, scrutandolo a quattro metri di distanza, alle spalle di una chiassosa scolaresca in gita estiva che punteggiava con gemiti di esultante stupore le evoluzioni del cetaceo al di là del vetro. Per un po' il vociare dei bambini lo aveva distratto, e disturbato: era venuto lì, nell'acquario, dopo mezzogiorno, per starsene un po' da solo. Sapeva che di solito a quell'ora l'acquario era deserto, i visitatori del mattino già usciti, non ancora rimpiazzati da quelli pomeridiani. Avrebbe potuto radunare i suoi pensieri, una specie di autoauscultazione dell'anima incoraggiata dal fresco artificiale dell'ambiente e dal silenzio riposante degli abitatori delle vasche. A inizio luglio, in piena stagione lavorativa, si era preso un giorno per sé: anche un animatore turistico ha bisogno di distacco. Di un breve intervallo alla sua scientifica organizzazione dell'allegria altrui.

Salutare sospensione guastata da quegli scolari imprevisti. Dovevano essere lì, in quell'orario anomalo, e fuori tempo massimo, ben oltre la fine dell’anno scolastico, per un preciso accordo con i gestori: le due sottili maestre che li guidavano avevano confabulato per pochi secondi con il vecchio biologo, e questi subito dopo si era allontanato ricomparendo poi insieme a un ragazzo muscoloso fasciato in una muta nera da subacqueo: era l'addestratore del delfino. Pronto a offrire lo spettacolo concordato a quei piccoli spettatori. Si era calato in acqua dall'alto, e subito aveva iniziato le danze con il suo partner pinnato. Fragoroso, l'incanto dei bimbi: il delfino si muoveva sinuoso, rispondeva con straordinaria prontezza ai comandi mimati dell'addestratore, ne imitava alla perfezione gli spostamenti, le accelerazioni, i rallentamenti. Sempre, anche nel frantumare a colpi di coda le bolle che lui stesso aveva prodotto, sorrideva pacifico. Quell'espressione di ilare mansuetudine così umana, così intelleggibile, per di più associata a esercizi terribilmente complicati: ecco il segreto del successo del delfino presso grandi e piccini. Un animale dallo sguardo di bambino divertito che divertiva scolari e maestre con numeri impossibili. La spiegazione banale che lui stesso si era dato, mentre assisteva allo spettacolo infastidito dal frastuono infantile.

Fino a quando il delfino non si era avvicinato al vetro, disinteressandosi di colpo dell'addestratore: appoggiato con grazia sfacciata il muso sul fondale di sabbia sintetica, per qualche istante era rimasto immobile a fissare il suo pubblico. Che aveva trattenuto il respiro per poi riesplodere di entusiasmo quando l'animale con una fulminea piroetta era tornato ai suoi volteggi acquatici.

 

A tutti, alunni e maestre, era sfuggito il messaggio, ma non a lui: quella breve sosta era un'invocazione di aiuto. Un grido muto e disperato. Il delfino là dentro soffriva. Forse si sentiva prigioniero in quella bara vitrea violentemente illuminata, forse era succubo del suo esigente addestratore, forse non sopportava più quel suo destino terribile di simpatico giullare per estranei di ogni età. Quel suo brusco fermare la danza voleva dire tutto questo. Una convinzione che si rafforzò leggendo meglio i suoi occhi: non erano affatto gioiosi, ma angosciati. Forzatamente allegri come quelli di un ostaggio costretto dai rapitori a mostrarsi sereno nella foto da inviare ai parenti. E quel suo sorriso costante aveva la fissità agghiacciata di un incubo senza fine. Il delfino vittima innocente di un tragico equivoco somatico: la sua espressione di assoluto sgomento scambiata per spensierata ilarità.

 

Non aveva dubbi su quella scoperta. E sentiva che doveva fare qualcosa. Intanto la straziante esibizione si era conclusa: l'addestratore era uscito gocciolante dalla vasca, il biologo si era allontanato con la soddisfazione dipinta sulle rughe, e le maestre avevano piegato con ordini secchi i piccoli recalcitranti allievi a proseguire la visita: c'era ancora da vedere la vasca degli squali, e poi le foche, e i pinguini, e le meduse, arrivate da due giorni appena.

 

La giovane turba eccitata e schiamazzante svanì. Sostituita dal silenzio, prima desiderato e adesso maledetto: urlava più forte che poteva "Venite! il delfino sta male! dobbiamo aiutarlo!" ma quelle sue grida disperate precipitavano nel vuoto. Avvertì solo allora il sommesso ronzio che scaturiva dagli impianti di depurazione dell'acqua: pensò che la desolazione avesse quel suono. Si accostò alla vasca, che da vicino gli sembrò immensa, e senza un valido motivo incominciò a percuotere il cristallo con pugni sempre più convulsi e feroci. Con morbide ondulazioni della coda il delfino si diresse verso di lui. Ora erano uno di fronte all'altro. Aveva il volto schiacciato sul vetro, che a quella distanza ravvicinata non era del tutto trasparente ma rifletteva parzialmente le immagini, metà finestra metà specchio.

 

Notò che la sua faccia e il muso del delfino erano perfettamente sovrapponibili.

 

 

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