Se n'era accorto all'improvviso, scrutandolo a quattro metri di distanza, alle spalle di una chiassosa scolaresca in gita estiva che punteggiava con gemiti di esultante stupore le evoluzioni del cetaceo al di là del vetro. Per un po' il vociare dei bambini lo aveva distratto, e disturbato: era venuto lì, nell'acquario, dopo mezzogiorno, per starsene un po' da solo. Sapeva che di solito a quell'ora l'acquario era deserto, i visitatori del mattino già usciti, non ancora rimpiazzati da quelli pomeridiani. Avrebbe potuto radunare i suoi pensieri, una specie di autoauscultazione dell'anima incoraggiata dal fresco artificiale dell'ambiente e dal silenzio riposante degli abitatori delle vasche. A inizio luglio, in piena stagione lavorativa, si era preso un giorno per sé: anche un animatore turistico ha bisogno di distacco. Di un breve intervallo alla sua scientifica organizzazione dell'allegria altrui.
Salutare sospensione guastata da quegli scolari imprevisti. Dovevano essere lì, in quell'orario anomalo, e fuori tempo massimo, ben oltre la fine dell’anno scolastico, per un preciso accordo con i gestori: le due sottili maestre che li guidavano avevano confabulato per pochi secondi con il vecchio biologo, e questi subito dopo si era allontanato ricomparendo poi insieme a un ragazzo muscoloso fasciato in una muta nera da subacqueo: era l'addestratore del delfino. Pronto a offrire lo spettacolo concordato a quei piccoli spettatori. Si era calato in acqua dall'alto, e subito aveva iniziato le danze con il suo partner pinnato. Fragoroso, l'incanto dei bimbi: il delfino si muoveva sinuoso, rispondeva con straordinaria prontezza ai comandi mimati dell'addestratore, ne imitava alla perfezione gli spostamenti, le accelerazioni, i rallentamenti. Sempre, anche nel frantumare a colpi di coda le bolle che lui stesso aveva prodotto, sorrideva pacifico. Quell'espressione di ilare mansuetudine così umana, così intelleggibile, per di più associata a esercizi terribilmente complicati: ecco il segreto del successo del delfino presso grandi e piccini. Un animale dallo sguardo di bambino divertito che divertiva scolari e maestre con numeri impossibili. La spiegazione banale che lui stesso si era dato, mentre assisteva allo spettacolo infastidito dal frastuono infantile.
Fino a
quando il delfino non si era avvicinato al vetro, disinteressandosi
di colpo dell'addestratore: appoggiato con grazia sfacciata il muso
sul fondale di sabbia sintetica, per qualche istante era rimasto
immobile a fissare il suo pubblico. Che aveva trattenuto il respiro
per poi riesplodere di entusiasmo quando l'animale con una fulminea
piroetta era tornato ai suoi volteggi acquatici.
A tutti,
alunni e maestre, era sfuggito il messaggio, ma non a lui: quella
breve sosta era un'invocazione di aiuto. Un grido muto e disperato.
Il delfino là dentro soffriva. Forse si sentiva prigioniero in
quella bara vitrea violentemente illuminata, forse era succubo del
suo esigente addestratore, forse non sopportava più quel suo
destino terribile di simpatico giullare per estranei di ogni età.
Quel suo brusco fermare la danza voleva dire tutto questo. Una
convinzione che si rafforzò leggendo meglio i suoi occhi: non
erano affatto gioiosi, ma angosciati. Forzatamente allegri come
quelli di un ostaggio costretto dai rapitori a mostrarsi sereno nella
foto da inviare ai parenti. E quel suo sorriso costante aveva la
fissità agghiacciata di un incubo senza fine. Il delfino
vittima innocente di un tragico equivoco somatico: la sua espressione
di assoluto sgomento scambiata per spensierata ilarità.
Non aveva
dubbi su quella scoperta. E sentiva che doveva fare qualcosa. Intanto
la straziante esibizione si era conclusa: l'addestratore era uscito
gocciolante dalla vasca, il biologo si era allontanato con la
soddisfazione dipinta sulle rughe, e le maestre avevano piegato con
ordini secchi i piccoli recalcitranti allievi a proseguire la visita:
c'era ancora da vedere la vasca degli squali, e poi le foche, e i
pinguini, e le meduse, arrivate da due giorni appena.
La
giovane turba eccitata e schiamazzante svanì. Sostituita dal
silenzio, prima desiderato e adesso maledetto: urlava più
forte che poteva "Venite! il delfino sta male! dobbiamo
aiutarlo!" ma quelle sue grida disperate precipitavano nel
vuoto. Avvertì solo allora il sommesso ronzio che scaturiva
dagli impianti di depurazione dell'acqua: pensò che la
desolazione avesse quel suono. Si accostò alla vasca, che da
vicino gli sembrò immensa, e senza un valido motivo incominciò
a percuotere il cristallo con pugni sempre più convulsi e
feroci. Con morbide ondulazioni della coda il delfino si diresse
verso di lui. Ora erano uno di fronte all'altro. Aveva il volto
schiacciato sul vetro, che a quella distanza ravvicinata non era del
tutto trasparente ma rifletteva parzialmente le immagini, metà
finestra metà specchio.
Notò che la sua faccia e il
muso del delfino erano perfettamente sovrapponibili.
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